Storia di un emigrante:

Carmela Millie Galante

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Ci sono storie e vite che lasciano un segno nella memoria di tutti noi e delle comunità che alla nostra sono collegate, comunità anche lontane tra di loro nello spazio, come quelle di Castellammare del Golfo e dei suoi emigrati negli Stati Uniti. Storie che rimangono indissolubilmente legate per sempre e che, come in quella famosa formula di Dirac, interagiscono tra di loro. Ma anche se restano per sempre separate restano un unico per sempre.

Questa per certi versi è quello che accade con la storia bella e dolorosa allo stesso tempo di Carmela “Millie” Galante, una delle tante storie di emigrazione castellammarese. Storie da custodire perché vi ritroviamo parte di noi stessi, parte di una comunità.

Carmela Galante nacque il 14 maggio del 1910 a Castellammare del Golfo nella via Arciprete, da Gaspare e da Giuseppa Greco. La madre morì poche settimane dopo il parto, mentre il padre, poi risposatosi, in seguito alla perdita della sua piccola flotta navale, si tolse la vita lasciando quattro figli e Carmela era la più piccola dei quattro. Nel 1920 la sorella Rosalia sposò un giovane castellammarese, Francesco Milazzo, già emigrato negli Stati Uniti dove i due decisero di trasferirsi, portando con loro Carmela che aveva allora 11 anni; Carmela aveva appena frequentato tre anni di scuola elementare a Castellammare del Golfo. Quando arrivarono a Ellis Island, al cognato fu chiesto di dimostrare di potere mantenere Carmela, per cui la bambina dovette rimanere da sola due settimane nei dormitori freddi e bui, con persone sconosciute e senza un minimo di conoscenza della lingua inglese. La liberazione avvenne dopo due settimane, sembra non senza l'aiuto e l'intervento della numerosa comunità dei castellammaresi di New York, ma lei non riuscì mai a superare quell'esperienza di rifiuto, isolamento, paura.

I tre si stabilirono a New York dove a quindici anni, Carmela, detta Millie, si impiegò in un’azienda tessile, dove lavorava anche quindici ore al giorno cucendo capi di vestiario. Diventò attivista del sindacato delle donne impegnate nel settore  tessile e dell'abbigliamento. Negli anni venti Millie sposa Vincenzo Costa, anche lui originario di Castellamare e accudisce la famiglia della sorella, morta nel 1930.

Verso la metà degli anni trenta, Millie si era già distinta tra i lavoratori del settore dell’ abbigliamento di New York.

Gli anni ‘40 sono gli anni di grande successo professionale, ottenne un posto di lavoro nell’esclusivo atelier di Nettie Rosenstein. Millie divenne parte di un gruppo scelto di sarte d’alta moda nella rinomata Seventh Avenue, centro vitale della moda a Manhattan, che produceva pezzi unici per clienti importanti, come Mamie Eisenhower, moglie del Presidente degli Stati Uniti, la quale sembra avesse una predilezione per i capi ideati e realizzati da Millie che era in grado di confezionare vestiti in un solo pomeriggio, senza neanche bisogno di un modello.

Le modelle raccontavano che la sartoria d'alta moda di Nettie Rosenstein ricordava loro l'atelier d'alta classe di Coco Chanel a Parigi con il reparto specializzato nel disegno dei modelli e con le inservienti sempre a disposizione per assisterle. Questa era la sofisticata atmosfera nella quale Millie lavorava insieme a una ventina di sarte per la produzione di campioni per modelli esclusivi.

Alcuni di essi rimasero pezzi unici destinati a clienti del calibro di Mamie Eisenhower.

Fu qui che Millie trovò non solo il mezzo adatto a dar prova della sua abilità ma anche le sue prime “sorelle”, un gruppo di donne italiane immigrate che erano riuscite a superare le difficoltà e a raggiungere il successo.

Per la sua saggezza di donna siciliana, veniva interpellata per questioni d'ordine sociale e familiare, oltre che di stile e gusto nel vestire. Millie stabiliva cos'era opportuno fare in occasione di cerimonie ed eventi vari non solo nella cerchia dei parenti ma anche oltre. Era diventata un punto di riferimento del saper vivere, per tutta una comunità.

Essendo anche brava cuoca per natura, insegnò l'arte complicata della preparazione di paste e sughi con i sapori antichi della sua lontana terra.

Nel 1958 Millie farà il suo viaggio in Sicilia, il suo ritorno alle radici della propria terra. Il racconto del suo viaggio verso Palermo con la nave “Vulcania” è un riaffacciarsi al suo mondo. Montepellegrino, Mondello e poi i suoi Scupeddu, li Fraginisi, Vitaloca, la Marinedda. Da questo legame nascono le sue più belle poesie, vere e proprie liriche che celebrano quel legame indissolubile con il proprio paese, legame che la lontananza non fa che rinsaldare. Nel gennaio 1964 scrive quaranta poesie in siciliano, in cui principalmente riporta alla memoria i luoghi dell’infanzia rivisitati nel 1958.

Millie in queste poesie, racconta anche la vicenda del suo primo impatto con l’America, i suoi rapporti con i familiari ed il marito, rende esplicito il suo ritorno alla fede cattolica, dialoga a distanza con la madre che non ha mai conosciuto.

Millie non ebbe figli, un aborto in giovane età le impedì future maternità, ma con il passare degli anni la vita le diede due nipoti femmine, figlie della sorella, nipoti rimaste presto orfane a cui poté dedicare tutto il proprio affetto e le proprie cure.

Colpita da un tumore, Millie subisce diversi interventi chirurgici ed è sottoposta a cure radioterapiche che la stancano e la indeboliscono. Ha seri problemi agli occhi e soffre di dolori, vertigini e nausea.

 

Trasferitasi col marito da Brooklyn a Scottsdale, Carmela Galante Costa morì nel 1968.

Le poesie, conservate dalla nipote Hildegard Nimke Pleva, furono pubblicate nel 2011 dall'ANFE nel libretto “Cu tia avissi avutu furtezza e casteddu” con scritti della stessa nipote, di Fulvia Masi, Nicola Grato e la curatela di Santo Lombino.

 

 

Riportiamo due tra le più belle sue poesie dedicate al paese natio.

 

 

Castellamari

6-1-1964

 

 

Dunni ci stannu li Palummi

e si mettunu a vulari.

Iu stava a cuntimplari.

Soccu la natura sapi fari.

Iu un sapia dunniprima taliari.

Picchì viria li pisci sutta lu mari.

Quannu u puipu mi vitti prisintari

di un picciuttedru chi lu sappi pighiari.

Cu lu sciavuru chi fascia

mi fici rapiri lu pitittu a mia.

 

 

 

 

 

 

Fraginisi

15-1-1964

 

 

A li Fraginisi ci stetti u misi

menzu ogni frutta mi paria un Paradisu.

A la mattina lu sciavuru di la Rosamarina si rispiraa

mentri l'omu li ficurinia sciaccava.

Cu l'aria di muntagni e di lu mari.

Stu postu nu mirava l'arma allassari.

 

Avitaloca, emu pi svagari.

Supra li scoghia ni misimu a manciari.

L'aqua di lu mari sciavuri fascia.

Li grancitedri e li patedri na lu scoghio viria.

 

La spiaggia pulita e senza genti.

L'aqua tinvita di fari li bagni allegramenti.

Debita e...di dru Suli ardenti.

E nal'aqua si cistà pascificamente.

Cuiccata na la spiaggia.

Taliannu li culura e lu muvimentu di lu mari.

Tutta la pirsuna ti fa rilasciari.

 

 

 

 

 

 

A cura di Francesco Bianco

 

Fonti:

“Cu tia avissi avutu furtezza e Casteddu”

  Carmela Galante

       1910-1968

  Edito  nel 2011 da Hildegard Nimke Pleva