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18 Gennaio 1792: il miracoloso salvataggio dei pescatori di Castellammare del Golfo

Aggiornato il: gen 23

Nel novembre del 1796 incominciarono a essere raccolte le prime testimonianze tra i circa trecento marinai che in prima persona avevano vissuto l’esperienza della tempesta che portò le loro imbarcazioni a rischiare di naufragare con tutto l’equipaggio nel porto di Castellammare del Golfo. Questo catastrofico evento meteorologico interessò tutto il golfo, e ci sono state tramandate testimonianze dai paesi limitrofi, che subirono enormi perdite in termini di imbarcazioni e vite umane[1].


Essi testimoni sulle ore 10 della notte seguente il 17 Gennaio 1792 imbarcati ognuno di loro sopra diverse barchette, ed in compagnia di tutto il corpo di pescatori di questa Città di Castellammare diviso in numero di 45 barche peschereccie in circa, si partirono da questo lido, per condursi nel golfo di questa suddetta città alla solita pesca di sarde ed acciughe ritrovandosi allor il cielo sereno, l’aere tranquillo ed il mare in bonaccia, ma che solamente osservavano di tratto in tratto alcuni baleni che non sapevan distinguere cosa presagivano.”[2]


Come si percepisce dalle parole dei testimoni, niente poteva far loro presagire ciò in cui si sarebbero presto imbattuti: una delle più violente tempeste che il lido castellammarese ricordi a memoria d’uomo.



(in foto, la statua in legno della Madonna del Soccorso, realizzata dallo scultore Mazzarese nel 1784, attualmente esposta presso il Museo degli Ori e che viene portata in processione ogni anno il 21 di Agosto)


“Dalla parte di Maestro sollevarsi una piccola nube, la quale in breve tempo e con estrema celerità coprì tutto il cielo di nero, e tetro ammanto e scoppiando in spaventevoli baleni, e tuoni orribili, apportò una copiosissima pioggia d’acqua, neve e grandine, accompagnata da vento cotanto impetuoso e violento che da furiosissima tempesta sconvolto il mare con le sue onde, che ora sopra se stesse s’accavallano, come montagne ed ora spezzandosi si precipitavano in profonde voragini minacciava ingoiarsi con le barche insieme i pescatori.”[3]


Il racconto non lascia spazio all’immaginazione, dipingendo uno scenario dai tratti foschi e disperati. Ed è esattamente questo lo stato d’animo che pervade l’intero corpus della documentazione raccolta e arrivata fino a noi. E non risulta difficile immaginare la disperazione totale e pervasiva vissuta da questi uomini soli, al buio, senza punti di riferimento nel cielo coperto da nubi nere, e certamente convinti di star vivendo gli ultimi istanti della loro già precaria esistenza.


“In tale stato dicon’essi testimoni riconoscendosi percorso naturale fuori di ogni speranza di poter salvare la vita, altro non pensavano li meschini che a raccomandare l’anima sua a Dio, acciò li liberasse dalla morte eterna e nel tempo stesso, con amare lagrime gemiti e sospiri piangere la morte sgraziata, che a tutti sovrastava con danno universale di loro famiglie […] altro non s’udiva, se non il piangersi tutti per perduti, l’uni agli altri, domandosi aggiuto, senzacchè tra loro aggiutar si potessero, accrescendo così a se stessi l’orrore e lo spavento.[4]

Un momento della processione a mare.

A chi altri poter chiedere aiuto? A chi votare gli ultimi momenti di una faticosa esistenza, se non a Dio, ai Santi, alla Madonna del Soccorso, sempre disponibile e prodiga di grazie per i suoi supplici?

I pescatori e i marinai castellammaresi già da più di due secoli avevano posto il loro lavoro e le loro vite sotto il manto della Vergine, e da lei avevano ricevuto più di una grazia nel passato.



Confidano in Lei perché “non potevano con la loro arte e forza, né con qualunque opera umana liberarsi dalli due gran pericoli che si incontravano per arrivare a terra[5]”.


Quali erano questi due pericoli che facevano presagire un disastro imminente? Cosa ci poteva essere di peggio che essere sbattuti da un mare in tempesta? Schiantarsi sugli scogli, perdere di vista i propri compagni, vederli risucchiati di nuovo indietro dalla continua e violenta risacca.

Tutto sembrava perduto e non c’era molto da fare che abbandonarsi al mare e alle preghiere.

Non potremo mai comprendere a fondo cosa provarono finalmente quando approdarono e contro ogni aspettativa si ritrovarono tutti sani e salvi, stretti alle loro famiglie.


Si viddero tutte le barche successivamente con stupore e sorpresa universale di tutti passare il primo e il secondo pericolo, tuttocchè quasi piene d’acqua, sospinte felicemente a terra senzacchè alcuna ne fosse perita. […] Si viddero contro ogni lor aspettazione abbracciati, e soccorsi da tanti comuni loro congiunti, amici ed innumerevoli moltitudine di concittadini.[6]


Protagoniste in questa vicenda sono anche le donne castellammaresi, mogli, madri, figlie e sorelle di quei marinai, minacciate esse stesse insieme alle loro precarie abitazioni dalle condizioni assolutamente violente del vento e della tempesta.


SI udì allora per tutta la città un grido e pianto universale di uomini e donne, precisò [del testimone], che con le loro strida e voci meste, ed inconsolabili ad onta dell’inondante pioggia andavano per le strade miseramente piangendo[7]


Subito dopo la paura sopraggiunse la consapevolezza di essere stati testimoni di un evento prodigioso, e le folle festanti e gioiose non poterono far altro che ritrovarsi sotto il simulacro della Madre, cantando la loro gratitudine e dedicandole messe, preghiere e rosari.


Noi non sappiamo e con ogni probabilità non sapremo mai se davvero si salvarono tutti[8] e se non furono riportati danni alle imbarcazioni. Ciò che sappiamo di sicuro è che da quel momento il legame già forte tra il popolo di Castellammare e la sua Principalissima Patrona, la Madonna del Soccorso, divenne sempre più viscerale e profondo.



Rosaria Vitale

18/01/2021


[1] Don S. A. Romano, Castellammare del Golfo miscellanea, Tipografia Graficart Valderice, 1981, pag. 31 [2] Testimonianza di Onofrio Borruso e Leonardo Tartamella, citati in Don S.A. Romano, La chiesa madre, Grafiche Campo, 1969, pagg. 43, 44 [3] Op.cit, Romano, 1981, pag. 23 [4] Ibidem [5] Ivi, pag. 24 [6] Ibidem [7] Ivi, pag. 30 [8] Effettivamente dalle testimonianze risulterebbe che due uomini persero la vita durante questa tempesta “per cagione e circostanze a suddetti testimoni ignote non avendoli co’propri occhi veduto arrivare a terra”, Ivi p. 31


Articolo del 18\01\2021;


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