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A Disa

Aggiornamento: gen 23



Con il nome di “disa” è comunemente conosciuto quel cespuglio rigoglioso, che cresce spontaneamente lungo le nostre coste, dal livello del mare fino a circa mille metri di quota.

Il suo nome scientifico è “Ampelodesmos Mauriticanus” e appartiene alla famiglia botanica delle graminacee. Dalle foglie sottili e taglienti per i bordi minutamente dentati, la pianta emette a primavera degli steli (busi) alti fino a due metri, con una inflorescenza apicale di circa cinquanta centimetri. Era conosciuta da tempi remoti in tutto il bacino del Mediterraneo come fibra per legare le viti, da qui il nome greco ampelos (vite) e desmos (legare).

A prima vista sembrerebbe tanto spontanea quanto inutile, persino di ostacolo ad altre colture, e invece sino agli anni 60 del Novecento, la “disa” ha costituito una risorsa importante nell’economia agricola e marinara del nostro territorio.



La raccolta delle foglie poteva avvenire in tutte le stagioni, ma i mesi più indicati erano quelli primaverili. Veniva falciata dal “disaloro”, che raccoglieva tante foglie quante ne poteva contenere nel palmo della mano, per poi tagliarle con la roncola. Le foglie così raccolte (manne) venivano fasciate usando corde (liame) realizzate dalle stesse foglie. Sei manne formavano un fascio, quattro fasci una salma di “disa”. Il carico veniva venduto attraverso intermediari (sanzali) oppure portato in paese per essere lavorato.

Ai tempi in cui c’era poco per sopravvivere e si doveva mettere a frutto il proprio lavoro e l’ingegno, la “disa” trovava applicazione in tanti usi, da quelli più semplici di aiuto nella vita quotidiana ad altri più complessi, come la lavorazione industriale del crine e la realizzazione di gomene e corde di forte resistenza per la marineria.

In agricoltura i filamenti intrecciati, liame, servivano per legare i fasci di grano (regna) o di fieno (manna di fieno). Si realizzavano anche tappeti-zerbini e stuoie, usando lunghi treccioni arrotolati e legati su se stessi della forma voluta, o grandi ceste con manici, utili a contenere per la loro resistenza, del materiale umido, per esempio il letame delle stalle domestiche che gli ortolani (iardinara) prelevavano porta a porta, per usarlo come concime.




Con lo stelo lungo e sottile dell’inflorescenza della pianta, di sezione circolare (la busa), nel territorio di Monte San Giuliano, oggi Erice, si preparavano le busiate, tradizionale pasta di casa dalla forma a spirale ottenuta avvolgendo l’impasto attorno ai busi.

I busi erano usati perfino per costruire gabbiette di uccellini, infilandoli come sbarre nei fori praticati su una struttura di canna o di legno.

Più complessa e organizzata era invece la lavorazione della “disa” nella marineria. Risorsa economica essenziale soprattutto per Castellammare poiché fino al 1960 era il materiale di base per l’intreccio di corde e reti utilizzate nelle locali tonnare di Castellammare, Magazzinazzi e Scopello. La maestranza dei cordai era molto selettiva nell’acquisto della materia prima, sia grezza che semilavorata in cordicella (curdedda).

La “disa” raccolta, una volta essiccata, prima di essere utilizzata, era immersa nell’acqua per ore; era questo il primo di una serie di passaggi che servivano ad ammorbidire le fibre per facilitarne la lavorazione. La realizzazione della “curdedda” impegnava soprattutto le donne del Quartiere Petrazzi. Queste, in gruppi familiari e non, battevano con un mattarello la “disa” inumidita su pietre levigate. La fibra, resa flessibile dalla battitura, si torceva facilmente con un movimento veloce delle mani (vedi foto), dando vita ad un filato che si lasciava poi asciugare al sole.


Il filato ottenuto era venduto ai cordai che realizzavano il prodotto finale usando una grande ruota di legno che, girando su se stessa, univa più’ funi dando vita a corde di vario spessore e fattura. Anche la marineria mercantile godeva di questa risorsa essendo spesso coinvolta nella loro spedizione ed esportazione.


Altro importante utilizzo fu nella produzione di crine economico (il crine di qualità era quello preparato con la palma nana), soprattutto nell’imbottitura di materassi per i meno abbienti. Durante la seconda guerra mondiale le commesse di crine cardato provenivano dall’esercito militare per le imbottiture dell’equipaggiamento militare.


E oggi?

I materiali plastici e il moderno nylon hanno reso inutile l’uso dell’ampelodesma, condannando a definitiva scomparsa questa “arte povera”. Alcuni stilisti e progettisti hanno sperimentato nuove applicazioni della foglia della “disa”, trasformandola, con l’aiuto di capaci artigiani intrecciatori, in vestiti e oggetti di grande effetto nel campo della moda e dei complementi d’arredo. Nella realtà, tuttavia, la sua lavorazione non è compatibile con l’economia e le tecniche di produzione moderna.

Non posso concludere senza mostrarvi la mia esperienza creativa con la “disa”, nel mio lavoro alla Riserva dello Zingaro, dove la pianta cresce rigogliosa e abbondante. Ho pensato di usarla per realizzare un originale espositore per il “Museo dell’Intreccio”. La difficoltà da superare consisteva nell’ottenere una forma tridimensionale adoperando la sua foglia così lunga e sottile. Ecco a voi il risultato:



Articolo e foto di Cristoforo Ancona

Articolo del 30\05\2020;


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