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La vecchia pesca

Il mare, sin dai tempi più remoti, è stato fonte di vita, di lavoro, di scambi, non solamente di merci ma di cultura. Questo lavoro vuole essere un tributo alle tante generazioni di marinai e pescatori che hanno tratto sostentamento dal mare e che hanno sacrificato la loro vita al mare.


La nostra Associazione ha voluto realizzare un progetto finalizzato alla “memoria” marinara, prima che se ne perda traccia definitivamente. Vogliamo fermare il tempo sull’attività di pesca negli anni cinquanta, per poi tracciare una sorta di paragone con la pesca attuale, figlia della tecnologia e dei mezzi d’informazione di massa.


Questo primo appuntamento pone in primo piano i marinai, le loro fatiche, il loro lavoro in contesti ormai quasi dimenticati o del tutto ignorati. Per questo motivo abbiamo chiesto aiuto al marinaio più longevo di Castellammare del Golfo, che ha vissuto una vita tra barche, resti e pesci: Matteo Di Capua, classe 1930, dai più chiamato “Zu Matteo”, lucido, attivo e con tanta voglia di raccontarsi.

Abbiamo, perciò, fatto con lui una lunga chiacchierata, ricostruendo la giornata tipo di un marinaio di quei tempi.

Siamo nel 1950 circa. La marineria di Castellammare del Golfo contava una trentina di barche e circa duecento pescatori. L’indotto occupava altrettanti lavoratori, tra cui rigattieri, “magazzinari”, personale dell’asta pubblica, addetti alle “quarare”, mastri d’ascia, ecc.. Le barche si muovevano a remi e non tutte erano dotate di vela. Quest’ultime spiegavano modeste vele latine, solitamente di colore giallastro realizzate in cotone pesante, senza vessilli e senza alcun disegno. Ogni barca aveva il suo nome e i proprietari benestanti non disdegnavano di presenziare alle battute di pesca. Le dimensioni delle barche si esprimevano a “palmi” (circa 25 cm) e normalmente la marineria era composta da barche di 30 / 40 o 50 palmi. Con la stessa unità si misuravano le maglie della rete.


“L’uscita a mare” era determinata dal tipo di pesca che spesso avveniva nelle ore notturne. Il tempo meteorologico condizionava la partenza o l’interruzione delle operazioni di pesca, così come condizionava la tipologia di reti necessarie. Tutto era dettato dall’esperienza di uomini che vivevano il mare e ne conoscevano gli umori.

In presenza di maroso era possibile valutare in anticipo se si era in presenza della cosiddetta “caruta di tempu”, cioè se il fenomeno meteorologico era in calo oppure no. Per far ciò spesso si piantava una canna sul bagnasciuga nella posizione lambita dalle onde, si aspettava con pazienza e dopo un paio d’ore, se il mare si era ritirato, si poteva uscire dalla rada. In caso contrario si rinunciava alla partenza o si rinviava. Si tenga conto che il porto, negli anni cinquanta, non esisteva e le barche a remi incontravano parecchie difficoltà in caso di rientro durante il maltempo.


Si dovevano conoscere i venti: il più pericoloso era lo scirocco, poi il maestrale, ma già con il “mezzo maestrale” ci si poteva avventurare.


Tutto iniziava dal reclutamento della ciurma che, a seconda delle dimensioni della barca era di 4 / 5 ma anche di 8 persone. I primi a mettersi in movimento erano i più giovani, “li picciutteddi”, spesso di 12 / 15 anni, che nottetempo, tra le 2:00 e le 3:00 di notte, si recavano presso le abitazioni dei pescatori per chiamarli a raccolta. Immaginate un po’ questi ragazzini, tra le vie del borgo, senza illuminazione pubblica, spesso senza adeguato vestiario che li tutelasse nel periodo invernale, in giro a reclutare i marinai fino a completare la necessaria forza.


L’appuntamento era per tutti alla marina che in una mezz'ora circa si animava di giovani e anziani pescatori. Ma i ragazzini non avevano certo finito il loro lavoro. Era un loro compito, infatti, trasportare tutto l’occorrente per la pesca, tranne le reti e le vele, dal magazzino fino alla barca: galleggianti, remi, attrezzi minuti. Dopo di ciò altro compito era quello di strisciare sotto la carena delle barche issate a secco per ingrassare “cu lu sivu” le parti che avrebbero agevolato lo scivolamento sui binari di legno fino a mare.


Il “pruere” era un marinaio esperto che si occupava del trasporto della vela e il suo montaggio e quasi sempre quello che eseguiva gli ordini del “capupisca” per direzionare in mare la barca. Completata così con il necessario, la barca prendeva il mare. In marina rimanevano “li picciutteddi” ai quali non mancava certo la voglia di giocare tra loro come potevano e con quello che avevano a disposizione. Il loro ruolo sarebbe ricominciato al ritorno delle imbarcazioni.


A mare, frattanto, il “capupisca” decideva se fare una pesca ordinaria o a strascico che allora non era vietata come oggi. In quest’ultimo caso si utilizzava una particolare rete chiamata “tartagna” (tartana). Non tutte le barche erano dotate di entrambe le reti.


Prima di calare le reti il “capupisca” decideva il posto ritenuto migliore dopo aver scandagliato manualmente la zona. La profondità veniva approssimata in questa fase e si usava il “passo”, cioè l’ampiezza data dalle due braccia allargate, circa un metro e settanta centimetri. Al fatidico grido “stamu calannu”, segnale per le altre barche nelle vicinanze, si faceva la “calata” delle reti.


Le reti utilizzate per la pesca ordinaria delle sarde, erano lunghe circa 150 passi e larghe 10. Due o tre marinai la svolgevano a mare avendo cura che non si intrecciasse e che i piombi raggiungessero il fondale e i sugheri mantenessero a galla l’estremità opposta. La barca eseguiva una manovra a semicerchio, così da ottenere una rete arcuata: in quindici minuti la rete era in posizione.


Dopo aver fatto le dovute preghiere affinché la pesca fosse fruttuosa, al primo sorgere del sole si procedeva al ritiro della rete. Era un’operazione faticosa, in quanto le reti di cotone erano appesantite dall’acqua assorbita e veniva svolta da due o tre marinai. Man mano altri marinai erano addetti a smagliare il pesce che veniva depositato nel corridoio della barca e solo successivamente selezionato e posto in cassette pronto per la vendita.


Si faceva quindi ritorno a riva. Il primo a scendere dalla barca era il “capupisca” con la sua cassetta di pesci, seguito da altri marinai con l’eventuale altro pescato. Ci si dirigeva, quindi, al luogo dell’incanto: un magazzino pubblico dove poteva confluire l’offerta del prodotto e la relativa domanda. Un “funzionario” esperto dopo aver pesato il pesce ne valutava la qualità e stabiliva un prezzo base per l’avvio delle contrattazioni. Dall’altra parte i rigattieri, circa una ventina e tutti castellammaresi. Il pesce veniva rivenduto nella prima mattinata per le vie del paese, ma anche a Calatafimi e Alcamo. L’incanto si protraeva fin verso le otto del mattino, dopodiché si chiudeva e chiunque fosse arrivato in ritardo rischiava di non poter rivendere il pescato.

La transazione veniva trascritta in una specie di bolla dove si annotava la quantità venduta, il prezzo, il tipo di pesce, l’acquirente e il venditore. La matrice rimaneva in una sorta d’ufficio (un locale solitamente al piano di sopra), mentre una copia andava al venditore e un’altra al compratore.


Il pescato veniva incassato nella stessa giornata, mentre ai rigattieri veniva accordata la possibilità di saldare dopo la vendita del pesce (anche l’indomani). Questa fase veniva chiamata dell’ “asigenza” e ad incassare era sempre il proprietario della barca o il “capupisca”. Ma come avveniva in realtà il pagamento e come si suddivideva l’importo recuperato dalla vendita del pesce?

Fatto 100 il valore del pescato venduto, l’ufficio dell’incantatore tratteneva una percentuale fissa, tempo per tempo concordata, quindi detraeva un ulteriore 0,50% ch’era destinato alla festa della Madonna del Soccorso. L’importo netto, stabilito il numero degli uomini che avevano partecipato alla pesca – per esempio 8 unità (compreso il capu pisca) – si divideva in parti: 8 per i marinai; 2 per barca e reti; ½ per i ragazzi di barca, ¼ al “capupisca”. Nel pagamento ai marinai era incluso l’obbligo delle piccole manutenzioni della barca ma anche delle reti se danneggiate e da altri piccoli lavori di pulizia delle attrezzature, ecc.


Mentre il “capupisca” si occupava di ciò, infatti, ogni giorno i pescatori avevano il compito di stendere al sole le reti e quindi di raccoglierle adeguatamente e trasportarle o in magazzino oppure presso la propria barca per un’altra imminente partenza. Durante l’asciugatura, tuttavia, qualcuno tornava a casa a pranzare, altri riposavano, altri ancora svolgevano le proprie libere attività. Incassata la propria parte di denaro l’unico pensiero era la prossima battuta di pesca che poteva svolgersi o nel pomeriggio verso le 16:00 / 17:00 oppure nuovamente notturna. Questo dipendeva da una serie di circostanze meteorologiche, ma anche dalla fase lunare. Le battute di pesca a sarde, iniziate nel tardo pomeriggio, per esempio, spesso si concludevano a notte fonda. In tal caso il pescato veniva posto nelle cassette e messo a deposito nei magazzini propri, in attesa che l’indomani riaprisse l’incanto del pesce.


Il proprietario della barca e delle reti aveva anche il suo bel da fare. La barca andava mantenuta in perfetta efficienza, così come le poche attrezzature di bordo. Ma un trattamento speciale era riservato, di tanto in tanto, alle reti. L’usura, la continua “sarcitura”, l’indebolimento delle maglie, ecc., imponevano annualmente delle operazioni di ripresa.


In marina, a due passi dall’attuale inutilizzato vecchio depuratore, c’è ancora un vecchio magazzino denominato “la quarara”, ormai adattato a sede della locale associazione tra marinai. Negli anni '50 all’interno c’erano 4 grandi recipienti di rame stagnato, sotto i quali veniva alimentato il fuoco che portava a ebollizione dell’acqua in cui venivano fatta macerare la corteccia sbriciolata del pino. Davanti le “quarare” erano state realizzate 4 coppie di vasche, a due a due comunicanti, di cui una un po’ più rialzata per consentire che la scolatura potesse accumularsi nell’altra più bassa ed essere riutilizzata. Nelle “quarare” venivano messe le reti, che assorbivano la resina del pino che oltre a rinforzare le fibre le scuriva uniformemente. A questo punto venivano messe a scolare nelle predette vasche.

Il locale era pubblico ed ogni marinaio si organizzava autonomamente procurandosi la legna da ardere, la corteccia di pino e le attrezzature per spostare le reti.


Pochi in città si ricordano di queste operazioni anche perché con l’avvento delle reti di nylon il problema è stato superato come lo è stato quello dell’asciugatura.


Un ringraziamento va al Sig. Di Capua (Zu Matteo) per averci messo nelle condizioni di ricordare e tramandare questo antico e pesante lavoro dei nostri padri.


La prossima settimana pubblicheremo l’articolo relativo alla pesca di oggi.




Rosaria Vitale

Articolo del 08/03/2021



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