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In gita a: SAMBUCA (foto)

Ci troviamo in corso Umberto I, a Sambuca di Sicilia: iniziamo il nostro tour presso l’Istituzione Gianbecchina, la mostra permanente di circa una cinquantina delle 190 opere donate al comune dall’artista sambucese Giovanni Becchina, 1909-2001.


Questa pregevole pinacoteca fu fondata nel dicembre del 1997 nella chiesa di San Calogero, ed illustra perfettamente la qualità del cammino dell’artista, profondamente radicato nel territorio siciliano. Dipinti ad olio, acqueforti, chine e acquarelli tutti caratterizzati da un forte senso di concretezza, di verità e al tempo stesso di semplicità. Ciò che risuona camminando tra le opere è la certezza che Becchina amasse il suo territorio, e ne amava soprattutto le zone ancora selvagge, autentiche, lontane dalla modernità e dalla tecnologia; autenticità è ciò che trasmettono i volti delle persone che ha ritratto, cogliendo perfettamente lo spirito del lavoro nei campi (ciclo del Pane) e dei rapporti umani (gli Amanti).


Dobbiamo solo attraversare la strada per trovarci al Teatro comunale “L’Idea”, costruito fra il 1848 e il 1851, da alcune famiglie borghesi sambucesi. La struttura architettonica ricalca lo stile dei grandi teatri sorti nello stesso periodo a Catania (il Bellini), a Palermo (il Politeama) e ad Agrigento (il Pirandello). Ha subito gravi danni durante il terremoto del gennaio 1968, e solo nel 1992 fu restaurato e reso nuovamente fruibile alla cittadinanza. Il teatro può ospitare circa duecentocinquanta persone.



Ci troviamo ancora dentro il Teatro quando la guida ci spiega le varie ipotesi sull’origine del nome “Sambuca”: potrebbe essere il nome latinizzato di uno strumento musicale greco simile all'arpa, Σαμβύκη, sambyché, che ricorda l'impianto del centro storico del paese (parte araba) e che è raffigurato sullo stemma del comune, oppure potrebbe derivare dalle piante di Sambuco, diffuse in antichità nella valle del lago Arancio. Oppure ancora deriverebbe dal nome dell'antico casale di La Chabuca, che probabilmente prendeva il nome dal leggendario emiro che costruì il castello, Al Zabut (lo Splendido).

Chiesa S.Giuseppe

La nostra passeggiata alla scoperta dei tesori sambucesi continua, e ci viene mostrata la chiesa di San Giuseppe (1661), con il suo pregevole portale in stile gotico-chiaramontano, precedentemente appartenuto a un’altra chiesa. All’interno della chiesa al momento sono in corso lavori di restauro, ma ugualmente ci è stato possibile intravedere subito all’ingresso la sepoltura di Suor Vincenza Maria Amorelli (1737- 1824), appartenente a una delle famiglie più importanti dell’epoca, morta in fama di santità dopo aver dato prova del dono della profezia e delle stigmate. All’interno della stessa chiesa si possono ammirare l’affresco della volta e alcuni dipinti di un altro prolifico artista sambucese, Fra Felice (al secolo Gioacchino Viscosi, 1734 – 1805), frate cappuccino.



Eccoci arrivati all’ex monastero benedettino (1515), di cui resta la chiesa dedicata a Santa Caterina di Alessandria, che appare molto danneggiata sia dal terremoto sia dai tanti anni di abbandono in cui ha versato. In stile barocco, ad una sola navata divisa in quattro da altarini in marmo, con l’altare maggiore situato nella grande cappella. Nel Seicento fu adornata di stucchi dall’artista palermitano Vincenzo Messina (contemporaneo del Serpotta). Di grande pregio sono le statue a tutto tondo che rappresentano le quattro virtù incarnate (Fede, Speranza, Carità e Giustizia) poste ai lati dei primi due altari della navata. A fianco dell’altare maggiore le statue di San Mauro e San Placido, cofondatori dell’ordine benedettino. Tra le opere che arricchiscono la chiesa vi è una grande pala di altare di Fra Felice da Sambuca che raffigura la glorificazione del Marchese Don Pietro Beccadelli che dotò e arricchì il monastero e la chiesa di rendite e di opere d'arte.


I locali dell’ex monastero di S. Caterina ci permettono anche di fare un inaspettato balzo di qualche secolo, grazie all’esposizione delle sculture tessili di Sylvie Clavel veniamo proiettati in un mondo in cui la fibra tessile annodata ad arte diventa potente simbolo degli intrecci e le rigidità dell’esistenza, quasi a voler suggerire un modo nuovo di interpretare le difficoltà, i “nodi” della vita, che invece di diventare corda che imprigiona, si fanno materia per nuove rappresentazioni che sembrano avere vita propria capaci di aprire orizzonti di significato a ogni dettaglio che salta all’occhio.



Poco più in alto, sempre su corso Umberto I, si erge la chiesa del Carmine, costruita ad unica navata nel 1530 e inizialmente dedicata a S.Antonio, successivamente (1633) ampliata con le due navate laterali e annessa al Convento dei Carmelitani. A causa della particolare devozione del popolo sambucese per Maria Santissima dell’Udienza, dopo che nel 1575 la popolazione venne falcidiata da un’epidemia di peste e assistette al “miracolo” della guarigione, questa chiesa divenne un santuario in onore della Madonna dell’Udienza e conserva una statua di scuola gaginiana anch’essa avvolta nella leggenda.



La nostra guida ci racconta che questa statua venne rinvenuta dietro un forno, demolito perché non funzionante. Venne trainata in un carro da buoi e inizialmente era stato deciso di porla in un altro sito. Arrivati alla chiesa del Carmine però i buoi si fermarono e non ci fu modo farli avanzare oltre. Fu interpretato come il volere stesso di Maria Santissima dell’Udienza di restare in quel luogo.

Ancora oggi, ogni terza domenica di Maggio, la statua viene portata in processione in una pregiatissima vara da tre tonnellate, portata a spalla da almeno sessanta devoti, in memoria della devozione dei sambucesi per la loro patrona.

Fino a pochi anni fa si teneva anche un famoso palio, che ancora oggi riecheggia nei ricordi dei sambucesi nella frase “I ficati di’ cavaddi si virinu a Sammuca”, a rappresentare l’enorme sforzo che questi animali dovevano sopportare per affrontare la salita.

Nella Chiesa del Purgatorio, costruita nella prima metà del 600, sorge oggi il Museo di Arte Sacra (Mu.Di.A), che conserva una pala d’altare realizzata da Fra Felice che rappresenta il tema delle Anime Purganti. Il Museo raccoglie una collezione di preziosi paramenti sacri, in buona parte appartenuti Diego Planeta, ultimo Giudice dell’Apostolica Legazia, e un’ala interamente dedicata alle opere di Fra Felice.

Ci dirigiamo a Palazzo Panitteri, originariamente costruito come torrione di avamposto lungo le mura che costituivano l’antica Zabut e successivamente diventato dimora della famiglia Truncali. Lo stile architettonico tardo rinascimentale coglie già echi del barocco siciliano e una scala in stile catalano conduce al piano nobile, oggi sede del Museo Archeologico Monte Adranone.


In questo luogo sono conservati ed esposti numerosi (deposizioni votive, anfore, terrecotte, pregevoli busti di divinità, corredi vari, insieme a ceramica attica, suppellettili di bronzo e astragali) provenienti dagli scavi della cittadella greco-punica di Adranon, datata al VI sec. a.C. e distrutta dai cartaginesi nel III sec. a. C. Gli studiosi sono concordi nell’identificare questo sito con l’Adranon di cui parla Diodoro Siculo nella sua Bibliotheca historica in relazione alla prima guerra punica.




Ma Sambuca deve la sua fondazione all’Emiro Al Zabuth che qui intorno all’827 costruì un

castello sullo stesso poggio in cui oggi sorge la Chiesa Madre di Maria SS. Assunta il cui snello campanile è stato ricavato da una delle torri a difesa della fortezza saracena.


A nord il castello era protetto da muraglie merlate (quello che oggi è il belvedere), a sud si snoda nel quartiere arabo. Questo labirinto di stradine si sviluppa attorno a sette "vicoli” (li setti vaneddi) e la nostra attenta guida ci svela anche il motivo per cui uno di questi viene chiamato “Strada Fantasma”. Il quartiere arabo è infatti attraversato da tunnel sotterranei che rappresentarono non solo una via di fuga ma anche la possibilità di traffici e contrabbando e infine anche luogo di sepolture sommarie nel periodo della peste. Queste vicende alimentarono le superstizioni su questi luoghi, fino a farne un vero e proprio labirinto abitato da spiriti erranti che potevano spaventare gli ignari passanti.



Ma a Sambuca lo spavento passa presto: l’ospitalità dei suoi cittadini, la bellezza dei panorami e la sensazione di camminare in luoghi che hanno visto davvero tanta di quella storia da risultarne impregnati in ogni passo riempe il cuore.


Poi ci sono sempre le Minni di Virgini a riempire anche la pancia: dolce tipico sambucese inventato da suor Virginia di Rocca Menna nel 1725, in occasione delle nozze tra Don Pietro Beccadelli, Barone di Salinas e Donna Marianna Gravina. Hanno la forma di un avvenente seno di donna e sono fatti con crema di latte, zuccata e pezzi di cioccolato. La ricetta originale è anch’essa un mistero, come questa stessa città, in cui vorrò senz’altro tornare e per cui conserverò sempre una speciale ammirazione.


Un ringraziamento speciale alla nostra accompagnatrice Rosa Maniscalco, per la pazienza per l'impegno e per la precisione nel riportare aneddoti e vicende storiche.


Resoconto a cura di Alessandra Tamburello

(foto dal web)




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