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La Chiesa del Purgatorio di Castellammare del Golfo

Aggiornato il: gen 23

La chiesa del Purgatorio, detta nei documenti più antichi Ecclesia Animarum Sancti Purgatorii, fu costruita poco prima del 1636. Nei Riveli della popolazione di tale anno mastro Vito La Sala dichiarava che la propria bottega di scarpe confinava con la Chiesa del Purgatorio.[1] La chiesa forse era allora in costruzione poiché non risulta nella visita pastorale del card. Spinola del 1639.


La costruzione della chiesa va legata all’espansione dell’abitato di Castellammare all’esterno delle mura avvenuta all’inizio del 1600. Nacque allora il Burgo con nuove abitazioni, numerosi macaseni, botteghe.

La chiesa fu costruita ad ovest della piazza antistante il fondaco (chianu di lu funnacu). Nella stessa piazza si trovavano numerose fosse granarie ed una grande fontana di acqua potabile. Vi si stabilirono anche le strutture di servizio (ricevitore del caricatore, ufficio del notaio ed ambulatorio medico, forno, botteghe del fabbro e del venditore di scarpe), a disposizione dei residenti, dei funzionari e degli operatori del caricatore, ma anche dei forestieri (bordonari che portavano il frumento, commercianti e sensali, proprietari e gabelloti delle terre, padroni dei vascelli).

Non poteva mancare una nuova chiesa. La chiesa, come le altre chiese del piccolo paese, accoglieva le sepolture del fedeli.[2]


La Chiesa fece da Chiesa Madre tra il 1726 e il 1736 quando questa fu ricostruita.

Nel 1741 presso la chiesa fu istituita la Congregazione di Maria Santissima Regina del Paradiso, composta da marinai e retta da un superiore e due assistenti. Fu designato quale cappellano della congregazione il Sac. Giuseppe Carollo, già cappellano della chiesa. Nella chiesa esisteva già la congregazione delle Anime Sante del Purgatorio con gli statuti approvati dall’ordinario diocesano.

La chiesa assunse nel corso del 1700 l’aspetto attuale. Anche grazie al contributo della nuova congregazione che la volle come sua sede, fu arricchita di nuovi altari ed abbellita con dipinti e decorazioni. Le spese relative ai pilastri del cappellone furono assunti nel 1741 dal cappellano sac. Carollo.


L’interno ad aula unica è coperto da volta, adornata da un riquadro centrale e da medaglioni con dipinti. Un ampio arco trionfale sostenuto da pilastri divide il coro dalla navata, mentre numerose lesene ritmano il succedersi degli archi e delle sovrastanti vele. Le vele contornavano in origine le aperture laterali che davano luce all’interno, adesso chiuse per la sopraelevazione dei palazzi vicini. Rosso marmo locale decora i pilastri, le lesene e le arcate che accolgono gli altari laterali.


Sull’altare maggiore è collocata una preziosa pala che si riferisce al titolo della chiesa. In primo piano il sacerdote che eleva l’ostia consacrata, in basso le anime purganti, una delle quali è salvata da San Giuseppe, e in alto la SS. ma Trinità.


San Giuseppe fu considerato contitolare della chiesa. Nella visita pastorale di Mons. Custo del 1817 così risultava il titolo della chiesa Ecclesia Animarum Purgantium sub auspicium Sancti Joseph.

Sugli altari laterali ci sono le tele di San Giovanni Nepomiceno, Santa Margherita da Cortona, i Santi Quattro Incoronati e Santa Lucia. La chiesa in passato era detta anche popolarmente di Santa Lucia. Altre grandi tele adornano la navata. Altare maggiore e balaustra sono stati rifatti nel 1961 dall’arciprete Salvatore Romano. Un prezioso dipinto della Madonna del Paradiso, posto lateralmente all’altare maggiore fin dall’inizio del 1900, è stato purtroppo rubato.[3] Dalla documentazione risulta che in precedenza nella stessa posizione era collocato un dipinto della Madonna di Custonaci.

Il prospetto neoclassico è adornato da un affresco con le anime purganti, ormai poco leggibile.


La Congregazione di Maria SS. Regina del Paradiso stilò nel 1753 i propri capitoli, che furono approvati da Mons. Giuseppe Stella, vescovo di Mazara, il 13 luglio dello stesso anno.[4] Era prevista nei capitoli la costruzione di una sepoltura per la congregazione. Per questo il successivo 17 luglio il cappellano Sac. Carollo concesse alla congregazione, rappresentata dal superiore Giovan Battista Romano e da Bartolomeo Asaro e Vito Plaia suoi assistenti, di poter costruire una sepoltura in un vano (cripta) da realizzarsi sotto il pavimento della chiesa.

La congregazione fece costruire la sepoltura al trapanese Giovanni Pisano. La cripta mortuaria è molto interessante. Una scala vicino alla porta della sacrestia permette di accedervi. Vicino l’ingresso ci sono due stanzette, destinate ad ospitare gli scolatoi.

Si accede quindi ad un grande ambiente, una vera e propria chiesa. A ponente un arco trionfale immette nel presbiterio e verso l’altare, con una mensola con rilievi su cui in passato era collocato un quadro. Da un lato dell’altare spunta ancora uno spuntone della roccia calcarenitica in cui l’intera cripta è stata realizzata. Due ampi oculi disposti in alto sulla parete al di sopra dell’altare danno luce.


C’è una grande volta decorata da tre riquadri con cornice e da vele allungate. Sulle pareti laterali si succedono al piano superiore archi disposti su un cornicione e al piano intermedio nicchie e loculi con cuscini, in cui i cadaveri dei confrati defunti venivano esposti. Al centro del pavimento si apre una botola per l’accesso ad una ulteriore cripta sepolcrale di minore dimensione. Da notare che è stata cavata la roccia per realizzare i pilastri e gli archi, che poi sono stati rivestiti con malta e stucco. La costruzione, pur con caratteristiche semplici, risulta molto graziosa. La modalità di sepoltura dei defunti e della loro esposizione non era diversa da quella dei Cappuccini di Palermo. Tutte le operazioni erano affidate dal superiore a quattro confrati.



Nell’accordo stabilito nel 1753 il cappellano consentiva alla congregazione di seppellire nella cripta i propri associati ed i loro parenti, ma anche dava l’autorizzazione a riunire i propri membri nella chiesa e celebrarvi, a porte aperte, le cerimonie religiose. Era previsto che la congregazione versasse annualmente alla chiesa una somma (a titolo di elemosina) quale compenso per le concessioni di cui godeva. In occasione della visite pastorali erano i superiori della Congregazione che accoglievano il vescovo.


Ancora adesso la Congregazione di Maria SS. del Paradiso ha in uso i locali della Chiesa, anche se in seguito alla legislazione sui cimiteri dell’inizio del 1800 non ha potuto più usufruire della sepoltura sotto la chiesa. Ha costruito nel 1854 una grande sepoltura nel cimitero comunale (fossa marinara) su autorizzazione del re Ferdinando II di Borbone (1836).




Note bibliografiche:


[1] Arch. Stato Palermo, Tribunale Real Patrimonio, Riveli del 1630, reg. 206, II. Mastro Vito la Sala dichiara di avere nel quartiere Burgu “ ‘naputiga cu mircanzii ri scarpi e coria ri vari tipi chi cunfina cu la Chesa di lu Purgatoriu”. Da notare che Il suo vicino Peppe Vultaggio dichiara di avere “dui macaseni chi cunfinanu cu Vitu la Sala e lu fossu di lu caricaturi”.

[2] Atto di morte di Maria Carollo del 2 maggio 1676 (Libro dei morti n. 2, Archivio Chiesa Madre di Castellammare), in passato indicato come primo documento che dava notizia della chiesa (S. ROMANO, Le chiese di Castellammare, Palermo 1972, 35).

La documentazione relativa alle visite pastorali attesta la presenza della piazza almeno fino all’inizio del 1800. “Giuliana della venerabile chiesa del Purgatorio situata nel Burgo di Castellammare nella strada Maggiore e nelle piazza della stessa “ (visita di Mons. La Torre, 1797); “Chiesa del Purgatorio nella piazza della città “ (visita di Mons. Custo, 1817).

[3] E’ annotato per la prima volta nella visita pastorale di Mons. Quattrocci del 1902.

[4] Ho trascritto non molto tempo fa i Capitoli dalla Congregazione. Il documento risulta molto interessante per le notizie relative alla organizzazione della congregazione e agli usi della comunità religiosa castellammarese.


Sintesi storica a cura del Prof. Giuseppe Vito Internicola


Articolo del 13\12\2019;

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