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La chiesa di S. Antonio Abate a Castellammare del Golfo

Aggiornato il: gen 23

(sintesi storica del Prof. Giuseppe Vito Internicola)


La chiesa di Sant’Antonio abate è una delle più antiche chiese di Castellammare. Fu costruita nella seconda metà del 1500. Il primo documento che vi si riferisce è un contratto matrimoniale del 24 aprile 1573 presso il notaio alcamese G. V. De Mulis.[1] Ha le fondamenta sul muraglione bastionato, chiamato muraglia, realizzato dal duca Pietro De Luna (barone di Castellammare dal 1554 al 1575) a completamento del circuito murario per il centro abitato. Il primo tratto di tale muraglia fu costruito prima del 1560.[2]


(Di lato, foto realizzata da Angelo Grassa, tratta da "Castrum ad Mare del Gulfo, alle origini di un paese" di G.V. Internicola, Campo Edizioni, 2015)


Intorno alla chiesa, che aveva anche locali annessi, vennero costruite abitazioni sulla base del reticolato viario regolare previsto nell’ampliamento del paese voluto dal duca. Nel 1594 c’erano 3 case terrane, ben 7 case solarate (costruite da famiglie emergenti), 31 macaseni e 2 putighe (botteghe), una artigianale e una commerciale. Vennero a costituire la contrada (cioè quartiere) di Sant’Antonio, come appare nei riveli della popolazione.[3] La facciata della chiesa venne a trovarsi quasi di fronte alla via principale del paese, la strata mastra (ora Via Re Federico), e la via antistante fu chiamata Via Sant’Antonio.


All’inizio del 1600 costruì la propria ampia abitazione a levante della chiesa il ricco possidente Antonino Pirrone (è l’edificio utilizzato poi per le carceri). Ottenne dal vescovo di Mazara (14 febbraio 1615) che fosse eretto nella chiesa un beneficio ecclesiastico che fu assegnato per la prima volta a suo figlio Vincenzo, ancora chierico.[4] Il beneficiale doveva curare il culto nella chiesa, celebrandovi una messa ogni settimana, e godeva annualmente delle rendite di alcune terre assegnate a tale scopo da Antonino Pirrone.


La chiesa (m 12,5 x m 6,5), molto semplice come struttura, aveva un solo altare dedicato al santo titolare ed il presbiterio separato dal corpo della chiesa da un arco trionfale. La facciata dal disegno quadrangolare era impreziosita da un portale in pietra, con l’architrave sporgente sostenuto da due graziosissime mensole poste su pilastrini, da un oculo per illuminare l’interno e da un cornicione aggettante. E’ la sola parte della chiesa rimasta integra. La data al centro del portale non è leggibile. Da una relazione presentata dal beneficiale a Mons. Orazio La Torre in visita pastorale (1797) si ricava che era 1611.[5] C’era anche un piccolo campanile. La chiesa dal 1744 fu sede della Confraternita o Congregazione Religiosa Opera Santa della Misericordia, composta prevalentemente da mastri di ogni arte.[6] Il titolo originario della congregazione era della Santissima Vergine Maria della Provvidenza, la cui immagine fu posta accanto all’altare.


Tale congregazione, avendo avuto il permesso dal sac. Tommaso Accardi, detto nei documenti abate e beneficiale della chiesa, fece costruire (16 maggio 1753) una cripta mortuaria nello spazio sottostante la chiesa dal costruttore trapanese Giovanni Pisano.[7] Nel contratto è esplicitamente indicata la modalità di costruzione della cripta, cavando la roccia calcarenitica su cui la chiesa sorgeva.[8] Il costruttore realizzò nello stesso periodo anche la cripta della chiesa del Purgatorio. Le due cripte erano strutturalmente simili e ripetevano il modello di altra cripta già realizzata a Trapani dal Pisano.


Si accedeva alla cripta, che era delle stesse dimensioni della chiesa, da una scala posta vicino l’ingresso. In piccoli locali sottostanti la scala erano realizzati gli scolatoi, per la essiccazione dei cadaveri, secondo un uso diffuso in passato in Sicilia. Sulle pareti erano pilastri che sostenevano mensole e nicchie in cui i cadaveri degli associati venivano esposti. Sulla parete di fronte l’ingresso era costruito un altare. La cripta era illuminata da tre piccole aperture che sporgevano sulla muraglia. Era previsto un vano per la sepoltura delle donne.

Alla fine del 1700 si insediò anche nella chiesa la congregazione di Gesù Maria e Giuseppe a cui potevano associarsi fedeli di qualsiasi ceto. Curava il culto della Sacra Famiglia e per questo fu aggiunto un nuovo altare con le statue di San Giuseppe, Maria SS. ma e Gesù Bambino.


Nella chiesa operava anche la congregazione di Maria SS. ma del Carmelo. Preferiva frequentare questa chiesa posta all’interno del paese piuttosto che l’Annunziata posta alla Cala Marina. Ottenne di fare le riunioni nella chiesa, seppellire i morti nelle cripta, di sfilare in processione indossando gli abbigliamenti previsti uscendo dalla chiesa. La chiesa era un fervore di associazione laicali che perseguivano finalità prettamente religiose, come la formazione cristiana dei propri affiliati, ma promuovevano anche iniziative assistenziali e di solidarietà. Si riunivano settimanalmente.


(Nell'immagine, la tela raffigurante Sant'Antonio, originariamente collocata sull'altare della chiesa di Sant'Antonio sulla muraglia. E' adesso conservata presso la chiesa di S.Giuseppe. Foto tratta da G.V. Internicola, 2015, op.cit.)


Già prima dell’unità d’Italia con un atto palesemente illegittimo il governo borbonico aveva acquisito la proprietà della chiesa. Tutte le associazioni presenti nella chiesa furono soppresse con la legge Corleo del 1866, che prevedeva lo scioglimento delle corporazioni religiose. I loro beni furono devoluti all’ospedale, mentre i locali, la stessa chiesa, la cripta e persino i mobili della chiesa (comprese le sedie), vennero venduti all’asta. Appare stranissimo che senza alcuna opposizione locale si procedette alla vendita della chiesa. Ciò non avvenne per le altre chiese in cui c’erano confraternite, come la chiesa dell’Annunziata, la chiesa di Maria SS. ma del Rosario e la chiesa del Purgatorio, dove per singolare privilegio non fu neanche soppressa la congregazione Maria SS. ma del Paradiso. Le confraternite avevano in uso la chiesa, ma non ne erano proprietarie. Non ci fu rispetto neanche per i morti che erano stati sepolti nella cripta fino ai primi anni del 1800.


La chiesa e i locali annessi (compresa la cripta) furono acquistati dal cav. Ignazio Galante che aveva la sua prestigiosa abitazione sulla vicina via Orologio (oggi Via Puccini).[9] Era il nipote del sacerdote Ignazio Galante (abati Alanti 1817 – 1881), esponente di rilievo della fazione liberale nel comune, ma anche professore del liceo ed intraprendente imprenditore nel campo agricolo e commerciale.

Il cavaliere Galante utilizzò la chiesa come magazzino per il grano. Quanto di più prezioso esisteva nella chiesa non assistette allo scempio. Il quadro di Sant’Antonio Abate, posto in primo momento in deposito presso la chiesa Madre, fu collocato in una cappella della chiesa di San Giuseppe (costruita alla fine del 1800). Le statue di San Giuseppe, di Maria SS. ma e di Gesù Bambino furono portate nella chiesa di Santa Maria degli Agonizzanti, da cui fino agli anni cinquanta del secolo scorso uscivano in processione il 21 agosto, unitamente alla Madonna del Soccorso. Il quadro della Madonna della Provvidenza scomparve dal paese.


Le strutture della chiesa non più restaurate andarono in grave degrado tanto che nel 1910 crollò il soffitto. Il cavaliere Galante, piuttosto che procedere al restauro, preferì vendere la chiesa ed i locali annessi al sac. Procopio Lombardo (1848-1952). Il sacerdote restaurò la chiesa e la riaprì al culto. Non riuscì a ricollocare nella chiesa le antiche immagini venerate. Sull’altare maggiore pose un quadro di S. Giuseppe e su un altarino laterale un quadretto con Sant’Antonio. La chiesa, ormai di proprietà privata, andò gradatamente in declino quando il prete divenne anziano e si ammalò. Alla sua morte (1942) fu ereditata dalla cognata Ernesta Ferri, vedova Lombardo, la quale procedette a limitati restauri ed, autorizzata dal vescovo Mons. Salvatore Ballo, fece rifiorire il culto nella chiesa e nominò rettore il sac. Giuseppe Scuderi. Dopo che quest’ultimo lasciò Castellammare, perché chiamato a svolgere altrove il proprio impegno pastorale, la chiesa rimase di fatto chiesa al culto.


Una nipote del sac. Procopio Lombardo avuta in eredità la chiesa ed i locali annessi, li mise in vendita. Furono acquistati da altri privati. La chiesa ben presto fu privata delle sacre immagini e di tutti gli arredi e destinata a magazzino e garage. I locali annessi furono utilizzati come abitazione privata. La cripta (ancora esistente), con la pavimentazione posta ad un livello più basso e un ingresso creato sulla Via Medici, venne trasformata in deposito per barche.



Bibliografia

[1] P. M. ROCCA, Notizie storiche su Castellammare estratte dall’archivio dei Notari defunti alcamesi, Palermo 1886, 12. [2] Nella presa di possesso del castellano Giovanni Perfetto del 27 giugno 1560 si riferisce di un pezzo di artiglieria collocato sulla muraglia (notaio alcamese Giorgio P. Orofino, reg. 1559-1560). Documento riportato dal Diego Buccellato Galatioto, Castellammare del Golfo in Dizionario illustrato dei comuni siciliani, a cura di F. Nicotra, Palermo 1909, 69-70. [3] ARCH. STATO PALERMO. Tribunale Real Patrimonio, Riveli antichi di beni ed anime. Vol. 204, II, relativo al 1594 . [4] Risulta dalla Visita Pastorale del Vescovo di Mazara card. Spinoza del 1639. Arch. Vesc. Mazara del Vallo, Visite Pastorali, 33-2-1 [5] ibidem, Visite Pastorali, 35-2-11: “la medesima chiesa è beneficio semplice, la fondazione della stessa avendosi fatto diligenza tanto in questa, quanto nell’archivio di Mazara non è stato possibile ritrovarsi detta fondazione, ma solamente si rilieva l’antichità suddetta che nel frontespizio dell’architravata della porta della stessa chiesa vi è incisa in figure d’abaco milleseicentoundeci 1611”. [6] I capitoli della congregazione furono approvati dal vescovo di Mazara nel 1746. [7] ARCH. STATO TRAPANI, atto del not. Domenico Calcara, 1753, 407, ss. S. A .ROMANO, Le chiese di Castellammare, Palermo, 42-44 e 92-94. [8]sterrare tutto il pavimento della chiesa sino a trovare la rocca, con incavarne la rocca sino a fondo ricerca dicta sepoltura….”. [9] E’ l’attuale palazzo Fontana, ereditato dagli discendenti del cav. Ignazio Galante.


Articolo del 4\01\2021;


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